Il tormento dell’Estasi

Riporto questo articolo dal sito deep house amsterdam

Il nuovo documentario dell’australiana ABC2 si aggiunge al sempre vivo dibattito sull’uso di droghe che tanto spesso accompagna i discorsi sulla cultura dance.

Il tormento dell’Estasi prende il nome dalla biografia postmoderna su Michelangelo dello scrittore Irving Stone (“Il tormento e l’estasi”) e racconta di Lise, una ventottenne che per due anni consecutivi ha fatto uso settimanale di ecstasy.

Il documentario esplora un tema importante che merita più attenzione: sappiamo che Lise è ben lungi dall’essere la sola ad aver sofferto i traumi a breve termine che accompagnano lo smaltimento degli effetti dell’ecstasy.
È anche vero che alcuni negano persino di soffrirne: probabilmente perché non provocano un dolore fisico paragonabile a quello prodotto da una sbornia.

Più realisticamente, chi nega di soffrire lo smaltimento dell’estasi ne soffre eccome, ma ad un livello emotivo che è più difficile da sondare rispetto ai mal di testa post-sbronza.

Finché resta illegale e non regolamentata, il rischio di morte dovuto ad ecstasy continuerà il trend corrente: raramente passa un’estate senza racconti di giovani vite spazzate via dalla negligenza di governi che non rispondono all’uso di sostanze stupefacenti in maniera responsabile.

Ma quale è l’impatto a lungo termine sulla salute mentale, sulle abilità motorie e sull’abilità di apprendere?
La risposta non è ancora chiara e definitiva; ma in una scena del documentario il Professore Ian Mcgregor dell’Università di Sydney parla di una carenza a lungo termine di serotonina, un aumento di ansia e depressione; questo anche nel caso di utilizzatori casuali dello stupefacente.
Il Professore McGregor documenta anche variazioni nei livelli di ossitocina, essenziali nelle nostre abilità relazionali.

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