Björk non pubblicherà il suo ultimo album, Vulnicura, su Spotify

Fonte: fastcompany, digitalmusicnews

Björk

Björk ha deciso che non pubblicherà il suo ultimo album, Vulnicura, su Spotify.

Ecco parte dell’intervista apparsa su fastcompany.com.

Il tuo nuovo album, Vulnicura, parla della rottura col tuo partner di una vita: come ha influito il tuo stato d’animo sul processo creativo?

Questo è probabilmente l’ album più impulisco che abbia mai fatto. Dovevo soltanto ascoltare il mio stomaco. Quello che mi ha scosso parecchio è stato rendermi conto di quanto fosse difficile.

Ogni volta che volevo accantonare questa sensazione e fare un album disco non ci riuscivo, perché c’era questo grande ammasso di canzoni con cui dovevo fare i conti.La maggior parte di noi attraversa un periodo di dolore.

È un processo; è come la successione dei capitoli in un libro: finisci il primo capitolo e passi al secondo. In questo senso era un processo di cui non avevo il controllo.

A proposito di perdita di controllo: l’album è apparso in rete due mesi prima della data prevista, obbligandoti a pubblicarlo prima. Deve essere stato abbastanza fastidioso.

In quel momento avevo avuto due anni pieni di avvenimenti che non volevo che accadessero, quindi il mio muscolo buddista era abbastanza esercitato. “Ok, è accaduta un’altra cosa che non volevo accadesse! Non ho altra scelta che affrontarla”. È strano ma è nello spirito di questo album non averne scelta, il controllo. E faticavo a far uscire questo album e finirlo. Quindi penso che in un certo senso è stata quasi una benedizione.

Vulnicura non è disponibile su Spotify. Perché?

Mi piacerebbe dire che c’è un piano ragionato dietro queste decisioni, ma non è così.

Ma qualche mese fa ho detto al mio manager “Senti, questa cosa dello streaming semplicemente ha poco senso. Non so perché, ma mi sembra una pazzia”.

Perché sembra una pazzia?

Lavorare due, tre anni su qualcosa e poi, guarda, è gratis! non si tratta dei soldi in sé: è questione di rispetto. Rispetto per l’attrezzatura e per il lavoro che ci hai speso sopra. Forse Netflix è un buon modello.

Prima vai al cinema e dopo un po’ il film esce anche su Netflix. Forse è così che dovrebbe funzionare lo streaming. prima esce il prodotto fisico e poi successivamente poi metterlo in streaming.

hai una lunga lista di collaborazioni artistiche. Cosa hai imparato lavorando con altri – mantenendo allo stesso tempo la tua visione creativa incontaminata?

Non puoi controllarla: se è fertile, è fertile, se non lo è, non lo è. È simile all’amicizia: sai in fondo al cuore se con un amico avrai ancora qualcosa da dirti fra tre settimane o se sarete noiosi l’uno per l’altro. È importante anche essere onesti l’uno con l’altra. Devi controllare periodicamente se ognuno è ancora coinvolto nel progetto oppure no. Ma io amo le strette di mano: mi piace collaborare con gli altri.

La tua carriera solista dopo il progetto Sugarcubes è coincida con l’avvento del digitale.

Come ha influenzato il modo in cui crei e il modo in cui suona la tua musica?

Molto. È buffo in realtà, perché io non sono poi tanto brava con la tecnologia. Di solito gli altri mi aiutano. Ma afferro velocemente il potenziale, anche se non arrivo mai a leggere il manuale. La tecnologia mi ha dato la libertà di fare cose che prima non avrei potuto fare.

Quando è uscito il laptop, mi ha dato molta più libertà , perché non dovevo più  lavorare con un gruppo di musicisti. Potevo essere un tiranno.

non fraintendermi: mi piace suonare con le band.

ma ogni volta devi prendere decisioni in modo democratico, il che è molto utile e divertente quando sei giovane, ma quando cresci diventi più consapevole della tua identità di artista.

Volevo scoprire quale fosse la mia musica.

Vent’anni fa hai pubblicato il brano “The modern things”, che parla di macchine che “si moltiplicano e si impossessano” del mondo. A conti fatti, anche la tecnologia può subire un contraccolpo.

È come per ogni altra cosa: dipende da come la usiamo. C’era un articolo in un quotidiano islandese del 1905, quando era appena uscito il telefono: “ora le persone non parleranno più faccia a faccia”. Ma ovviamente la profezia non si è avverata. C’è sempre la paura che gli strumenti prendano il controllo. Devi determinarne la moralità: la userai per i struggere o per costruire qualcosa di creativo? È una scelta. Non dico che ci sono sempre riuscita. Sono colpevole come chiunque altro di essere caduta stremata di fronte a Netflix dopo una lunga settimana.

Insieme a mia figlia guardavo molto Adventure Time.

Il tuo ultimo album era disponibile come app, che insegnava ai bambini scienza, suono, natura. Di recente è stata la prima app ad essere acquistata dal Museum of Modern Art di New York (MoMA).

Sono stata davvero orgogliosa di quante persone abbia coinvolto. Ora p stata anche adottata dalle scuole in Scandinavia.

Significa che il vecchi o formato dell’album ti ha stancato? Questo formato, che ormai ha oltre 50 anni, scomparirà?

dipende da che tipo di storia vuoi raccontare. Credo che ci sia un motivo per  cui gli album sono di 45 minuti. Non penso che sia una coincidenza il fatto che i film sono lunghi quanto sono lunghi. È un istinto da uomini delle caverne, è nel DNA  che quella durata ci sembri naturale.

Ma ci sono diveri tipi di musica. Molte delle canzoni che ascolto, non voglio ascoltarle come album. Sono brani pop o o altro; e poi ci sono altre canzoni che voglio ascoltare seduta, voglio ascoltare una storia.

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