Jeff Mills, The Man from Tomorrow

The Man from Tomorrow Jeff Mills

The Man from Tomorrow Jeff Mills

Mi sono imbattuto solo ora in un’intervista a Jeff Mills pubblicata un anno fa su vice.com, in occasione della presentazione del film The man from tomorrow, diretto dalla regista francese Jacqueline Caux.

È già stata tradotta in italiano, quindi preferisco riportare qui solo alcune frasi dell’artista techno.

Il film verrà proiettato in Italia il 17 Maggio a Milano, all’interno della rassegna Intellighenzia Electronica presso lo Spazio ex Ansalto. 

Molti  della mia generazione erano musicisti  prima di essere DJ, e trasportavano quella mentalità creativa nei loro dj set. 
La musica dovrebbe trasmette qualcosa. Dovrebbe essere presa con più serietà, cosicché potresti esserne illuminato anche soltanto ascoltandola. 
Forse la stessa definizione di musica cambierà. Non sarà più soltanto note e accordi,  ma potrebbe diventare molto più di questo. La musica esiste per trasportare la tua mente in un luogo illuminato, e ci sono molti modi per raggiungere questo obiettivo.

Fonte: thumb.vice.com  

Björk non pubblicherà il suo ultimo album, Vulnicura, su Spotify

Fonte: fastcompany, digitalmusicnews

Björk

Björk ha deciso che non pubblicherà il suo ultimo album, Vulnicura, su Spotify.

Ecco parte dell’intervista apparsa su fastcompany.com.

Il tuo nuovo album, Vulnicura, parla della rottura col tuo partner di una vita: come ha influito il tuo stato d’animo sul processo creativo?

Questo è probabilmente l’ album più impulisco che abbia mai fatto. Dovevo soltanto ascoltare il mio stomaco. Quello che mi ha scosso parecchio è stato rendermi conto di quanto fosse difficile.

Ogni volta che volevo accantonare questa sensazione e fare un album disco non ci riuscivo, perché c’era questo grande ammasso di canzoni con cui dovevo fare i conti.La maggior parte di noi attraversa un periodo di dolore.

È un processo; è come la successione dei capitoli in un libro: finisci il primo capitolo e passi al secondo. In questo senso era un processo di cui non avevo il controllo.

A proposito di perdita di controllo: l’album è apparso in rete due mesi prima della data prevista, obbligandoti a pubblicarlo prima. Deve essere stato abbastanza fastidioso.

In quel momento avevo avuto due anni pieni di avvenimenti che non volevo che accadessero, quindi il mio muscolo buddista era abbastanza esercitato. “Ok, è accaduta un’altra cosa che non volevo accadesse! Non ho altra scelta che affrontarla”. È strano ma è nello spirito di questo album non averne scelta, il controllo. E faticavo a far uscire questo album e finirlo. Quindi penso che in un certo senso è stata quasi una benedizione.

Vulnicura non è disponibile su Spotify. Perché?

Mi piacerebbe dire che c’è un piano ragionato dietro queste decisioni, ma non è così.

Ma qualche mese fa ho detto al mio manager “Senti, questa cosa dello streaming semplicemente ha poco senso. Non so perché, ma mi sembra una pazzia”.

Perché sembra una pazzia?

Lavorare due, tre anni su qualcosa e poi, guarda, è gratis! non si tratta dei soldi in sé: è questione di rispetto. Rispetto per l’attrezzatura e per il lavoro che ci hai speso sopra. Forse Netflix è un buon modello.

Prima vai al cinema e dopo un po’ il film esce anche su Netflix. Forse è così che dovrebbe funzionare lo streaming. prima esce il prodotto fisico e poi successivamente poi metterlo in streaming.

hai una lunga lista di collaborazioni artistiche. Cosa hai imparato lavorando con altri – mantenendo allo stesso tempo la tua visione creativa incontaminata?

Non puoi controllarla: se è fertile, è fertile, se non lo è, non lo è. È simile all’amicizia: sai in fondo al cuore se con un amico avrai ancora qualcosa da dirti fra tre settimane o se sarete noiosi l’uno per l’altro. È importante anche essere onesti l’uno con l’altra. Devi controllare periodicamente se ognuno è ancora coinvolto nel progetto oppure no. Ma io amo le strette di mano: mi piace collaborare con gli altri.

La tua carriera solista dopo il progetto Sugarcubes è coincida con l’avvento del digitale.

Come ha influenzato il modo in cui crei e il modo in cui suona la tua musica?

Molto. È buffo in realtà, perché io non sono poi tanto brava con la tecnologia. Di solito gli altri mi aiutano. Ma afferro velocemente il potenziale, anche se non arrivo mai a leggere il manuale. La tecnologia mi ha dato la libertà di fare cose che prima non avrei potuto fare.

Quando è uscito il laptop, mi ha dato molta più libertà , perché non dovevo più  lavorare con un gruppo di musicisti. Potevo essere un tiranno.

non fraintendermi: mi piace suonare con le band.

ma ogni volta devi prendere decisioni in modo democratico, il che è molto utile e divertente quando sei giovane, ma quando cresci diventi più consapevole della tua identità di artista.

Volevo scoprire quale fosse la mia musica.

Vent’anni fa hai pubblicato il brano “The modern things”, che parla di macchine che “si moltiplicano e si impossessano” del mondo. A conti fatti, anche la tecnologia può subire un contraccolpo.

È come per ogni altra cosa: dipende da come la usiamo. C’era un articolo in un quotidiano islandese del 1905, quando era appena uscito il telefono: “ora le persone non parleranno più faccia a faccia”. Ma ovviamente la profezia non si è avverata. C’è sempre la paura che gli strumenti prendano il controllo. Devi determinarne la moralità: la userai per i struggere o per costruire qualcosa di creativo? È una scelta. Non dico che ci sono sempre riuscita. Sono colpevole come chiunque altro di essere caduta stremata di fronte a Netflix dopo una lunga settimana.

Insieme a mia figlia guardavo molto Adventure Time.

Il tuo ultimo album era disponibile come app, che insegnava ai bambini scienza, suono, natura. Di recente è stata la prima app ad essere acquistata dal Museum of Modern Art di New York (MoMA).

Sono stata davvero orgogliosa di quante persone abbia coinvolto. Ora p stata anche adottata dalle scuole in Scandinavia.

Significa che il vecchi o formato dell’album ti ha stancato? Questo formato, che ormai ha oltre 50 anni, scomparirà?

dipende da che tipo di storia vuoi raccontare. Credo che ci sia un motivo per  cui gli album sono di 45 minuti. Non penso che sia una coincidenza il fatto che i film sono lunghi quanto sono lunghi. È un istinto da uomini delle caverne, è nel DNA  che quella durata ci sembri naturale.

Ma ci sono diveri tipi di musica. Molte delle canzoni che ascolto, non voglio ascoltarle come album. Sono brani pop o o altro; e poi ci sono altre canzoni che voglio ascoltare seduta, voglio ascoltare una storia.

Gary Richards, intervista sulla musica elettronica

La musica EDM riesce a radunare migliaia di persone grazie anche alle organizzazioni che curano e gestiscono i mega eventi come Tomorrowland e compagnia bella.

Gary Richards è il fondatore di una di queste attività, la Hard Events, e su Billboard lo hanno intervistato e gli hanno fatto qualche domanda interessante sulla musica che verrà e su quella attuale.

gary richards

gary richards

Eccone una traduzione:

Gary Richards e il suo amico rivale Pasquale Rotella sono stati a lungo alla cima dell’odierna industria EDM.

Ma, mentre la Insomniac Events di Rotella è specializzata in raduni stravaganti e sfarzosi, come il colossale Electric Daisy Carnival, la creatura di Gary Richards, Hard Events, mette da parte tutto il superfluo e si concentra sulla musica, mettendo in primo piano DJ innovativi. “I megaraduni rave, quelli li abbiamo già fatti – spiega Richards a Billboard – le persone che vengono ai miei eventi vogliono conoscere la musica che verrà”.

Richards è conosciuto per i suoi festival precursori di nuove tendenze, come Hard Summer, Hard Day of the Dead, la nave da crociera Holy Ship, tutti organizzati da Hard Events, che è stata acquistata nel 2012 da LIve Nation.

Gli eventi targati Hard Events, che solitamente accorpano musica dance con performance hip hop, hanno aiutato a far emergere artisti come Skrillex, Diplo e Justice.

Il figlio di Barry Richards, un dj radiofonico molto conosciuto negli USA, è anche un DJ tecnicamente preparato e ha da poco finito di promuovere negli USA il suo album, West Coast EP.

Sempre lui era alla guida dell’Electric Daisy Carnival nel 1991, prima di cederlo a Rotella per firmare con l’etichetta Def American (oggi, tra l’altro, l’Electric Daisy Carnival è il più grande festival EDM in Nord America).

Dopo aver lavorato come A&R per RCA e East West Records negli anni ’90, Richards ha fondato e guidato con non troppo successo due labels, 1500 e Nitrus Records.

Si ritirò all’inizio degli anni 2000 dalla scena musicale elettronica quando suo fratello, Steven, che aveva gestito band meta come gli Slipknot e Mudvayne, fu colpito dal un cancro; Richards lavorò con lui fino alla sua morte nel 2004.

Il capodanno del 2006 è stato un momento decisivo: Richards decide di provarci l’ultima volta con la musica dance e organizzò il primo Hard party, in cui si esibirono A-Trak, 2 Live Crew e Steve Aoki.

Richards stima che perse circa 150.000 dollari, “ma – dice – sapevo di avere qualcosa di fottutamente speciale tra le mani”.

Come è cambiata la tua visione della musica dance col passare degli anni?

Mi sentivo geloso della musica elettronica perché si trattava di una scena underground che era solo nostra. All’inizio, potevi ascoltare questa musica soltanto a Los Angeles e alle tre del mattino in qualche locale abbandonato che magari avevamo aperto illegalmente e magari si presentavano Robert Downey Jr. o Madonna.

Poi un giorno mi ricordo che sentii i Crystal Method in una pubblicità e pensai “Ma fottetevi!”. Ma adesso penso che sia un discorso egoista.

Ho fondato Hard Events cosicché ognuno potesse ascoltare musica davvero intrippante. Adesso la cosa si è talmente ingigantita che, quando sono a scuola con i miei figli, ci sono ragazzini di 8 anni che mi vedono come un eroe perché conosco Skrillex e Martin Garrix.

In che modo il tuo essere artista ti influenza nel lavoro da manager?

Mi dà la visione di come gestire le attività di ogni giorno. È dura da entrambi i punti di vista: la musica elettronica del 2015 è come come la ruota di un criceto su cui salgono tutti: non so chi vincerà ma tutti corrono.

Cosa hai imparato lavorando con il manager esecutivo di Live Nation, James Barton?

Più di chiunque altro, James mi ha insegnato a gestire meglio l’attività aziendale: senza una struttura interna, le cose diventano caotiche.

Quando vado da lui con un’idea per uno show, la primissima cosa che mi chiede è: “Qual’è il budget?”.

Di solito facevo eventi senza avere minimamente idea di quale fosse il budget: “Ehi, viene Diplo e organizziamo un evento in spiaggia!”.

Come avvicini i tuoi figli alla musica?

Li accompagno la mattina a scuola e, ad essere sinceri, ascoltano parecchia musica techno.

A volte voglio ascoltare un mix a cui ho lavorato la notte con orecchie riposate ed è interessante sapere anche quello che ne pensano loro. Ma ascoltano anche Beatles e Led Zeppelin.

A volte li metto alla prova e, se riescono a dirmi chi è il chitarrista di una canzone, gli dò 5 dollari. Questo li tiene concentrati sull’ascolto.

C’è stato un concerto o una canzone che ti ha spinto ad entrare nel business?

I Kiss nel Dynasty Tour quando ero bambino a Washington, D.C. Ricordo di essere stato sconvolto dai loro costumi e dalla loro presenza scenica.

Il lavoro da manager ha reso qualche volta difficile l’apprezzamento della musica?

Grazie a Dio, no. Anche se sono esausto e fare il DJ è l’ultima cosa a cui penso, appena salgo lì sopra sono carico. E non mi stufo mai della musica – penso di aver la soglia di ascolto più alta di tutti per la musica techno. Anzi, è vero il contrario: è la musica che mi fa andare avanti nel lavoro.

Sembri un capo fico. Come definiresti il tuo stile da manager?

Sono un boss fico ma non sempre aiuta col lavoro di manager. E, ad essere sinceri, essere un manager migliore è stato uno dei miei grandi obiettivi da quando lavoro con Live Nation.

Quando lavoravo per conto mio, non avevo neanche uno stile, facevo quello che dovevo fare, urlavo e basta.

Come si evolverà la musica dance nel 2015?

Per prima cosa, credo che tutta questa m–da EDM Commerciale e Pop abbia fatto il suo corso e le persone ora vogliono qualcosa di più ricercato.

Secondo, credo che la musica elettronica abbia finalmente guadagnato il suo posto come un vero genere musicale accanto ad hip hop, rock, blues, e così via.Magari non sarà sempre al top, ma non scomparirà mai.

La nostra storia sono i Kraftwerk, i Chemical Borthers, Skrillex, Aphex Twin.Hanno tracciato la strada per i nuovi artisti, e hanno posto in alto lo standard con cui competere.

  

Marc Cerrone: Disco Music ieri ed oggi

Mi sono imbattuto in questa intervista a Marc Cerrone, pioniere della musica Disco negli anni ‘ ’70, pubblicata su Crack Magazine. Buona lettura!

Cerrone

Gli articoli sulla disco music oggi tendono ad essere scritti da una generazione che non era neanche nata quando quella musica veniva creata e suonata.

Molti ammettono il desiderio di “voler esserci stati”, di aver voluto vivere il glamour, l’edonismo e lo spirito di emancipazione del Loft, del Paradise Garage e di altri luoghi simbolo di quel periodo.

Forse questi articoli sono parte di quella “retromania” della nostra società descritta da Simon Reynods; forse il neoliberismo ha atrofizzato la nostra creatività, come sostiene Mark Fisher, tanto da farci immaginare una nuova musica dance che dovrebbe assolvere oggi la funzione che la disco music aveva negli anni ’70.

Qualunque sia la ragione, la disco continua ad esserci. Molti di noi si affidano ancora alla disco per passare ore piacevoli.

La musica disco era legata al divertimento tanto quanto lo era a tutto il resto, e Marc Cerrone lo sa meglio di chiunque altro.

Creatore di alcune megahits negli anni ’70 (Supernature, Love in C Minor, Paradise, tra le altre), Cerrone trasfuse un erotismo ludico e tipicamente gallico nella sua musica.

Da allora sono passati diversi album ed anche una partecipazione all’X Factor francese, in qualità di giudice.

Marc Cerrone è tornato ora per la promozione di un Greatest Hits  – pubblicato su Because Music  – e ci dà il suo parere sulla musica disco, sul perché non è morta dopo i giorni del “Disco Sucks”, sul campionamento e sull’influenza che ha avuto per le ultime generazioni.

Con un entusiasmo incontenibile Cerone ci fa sapere che la vera disco è l’espressione sonica, autentica di divertimento, sesso e glamour.

E in tempi deprimenti, abbiamo bisogno di espressioni del genere.

 

Molti dicono che stiamo vivendo una rinascita della disco music negli ultimi anni: Nile Rodgers è tornato in vetta alle classifiche e tu sei tornato con un Greatest  Hits. Perché la Disco e perché ora?

MC:  La disco c’è sempre stata; non importa quali nomi le siano stati aggiunti per sottolineare certe sfumature – techno, electro, house, garage – per me la disco è viva e vegeta.

Oggi è commerciale, grazie ai Daft Punk, a Bruno Mars e a tutti gli altri. Quindi, se dopo 40 anni i giornalisti sono ancora interessati alla prima generazione di musicisti, beh, questo è il dono più bello che potevo avere dalla vita.

Questo tipo di rinascita c’è stato periodicamente ogni 8-10 anni.10-15 anni fa c’è stato il campionamento: io sono stato campionato diverse volte ed ho avuto grande risonanza sul palcoscenico della musica dance. Stessa cosa com i remix; attualmente mi viene chiesto di creare nuovamente musica e recentemente ho fatto una cover di Supernature con Beth Ditto and The Shoes; La musica non si ferma!

Quindi sei abbastanza sereno riguardo al campionamento dei tuoi brani: cosa pensi della versione di Kon di Hooked?

MC: Non voglio parlare di singoli brani, ma in generale; non me li ricordo tutti, ce ne sono stati talmente tanti!

Quello che percepisco è che tutti quelli che usano la mia musica sono trendy; questo può rompere le barriere tra generazioni perché quando un ragazzino campiona la mia musica creando una nuova traccia, la porta ad un nuovo pubblico e questo è positivo.

Se è un dj che campiona la mia musica per un piccolo club, non reagisco; ma se si tratta di Paul McCartney, Lionel Ritchie, Pink o i Daft Punk, allora sì. In questi casi suggerisco di fare 50/50. Se sono riuscito ad ispirarli, anche con il modo in cui ho suonato, allora + il caso di fare 50/50, e non ho mai ricevuto lamentele su questo punto.

Tutti dicono “ma certo, ovvio”.

supernature cover

supernature cover

Parliamo delle copertine degli album: in quella di Paradise, c’è una modella nuda su un frigorifero..

MC: Era un periodo divertente: il sesso lo trovavi dappertutto. Faceva parte di quel periodo: sesso, droghe…

Quindi ti sei accodato all’immagine del tipico musicista Disco?

MC: Cos’altro avrei dovuto fare? Quando sei un musicista, hai 20 anni e sei nel pieno del tuo successo…oggi è diverso, ma allora, e specialmente per i musicisti disco, agli occhi del mainstream sei diverso; ogni sera allo Studio 54 – non dico che ti vedevano come uno fuori di testa, ma eri considerato diverso dalla maggioranza.

Io però non cercavo di fare disco music: non è che avessi progettato di fare qualcosa di preciso.

Nel 1976 feci Love in C Minor e pensai: “Se non funziona smetto di fare musica”.

Quell’LP era diverso da ogni altra cosa in circolazione: non era commerciale perché durava 16 minuti e la batteria e le percussioni sovrastavano gli altri strumenti. Per me aveva senso, visto che ero un batterista, ma per l’industria musicale era assolutamente illogico.

Successe circa due anni e mezzo prima che la disco esplodesse: in quegli anni registrati Love in C Minor, Supernature e Paradise.

Poi arrivarono i Bee Gees con Saturday Night Fever e i media furono invasi da questa parola, disco. Dicevano: “Due persone facevano già  disco: Giorgio Moroder e Cerrone”.

È la disco che è venuta da noi, noi il contrario.

Sei ancora in contatto con Giorgio Moroder [del quale è stato annunciato il nuovo album in uscita nel 2015)?

MC: Vuoi sapere una cosa? Non l’ho mai incontrato. Non ho mai parlato con lui negli shows, nei backstages; forse perché quando io avevo successo avevo 20 anni e lui ne aveva già 34. Non voglio dire che lui fosse vecchio, ma a 20 anni è difficile che fai amicizia con uno di 34.

Cosa pensi della rivolta Disco Sucks?

MC: Alcuni personaggi dei media si lamentavano e dicevano che la Disco faceva schifo; avevano ragione. La disco degli ultimi anni ’70 era Born to be alive e roba simile. le major discografiche creavano star dal nulla e le vendevano come disco music.

Ma quella non era la vera disco; la vera disco music è un’atmosfera, non è una canzone pop. E non conta che alcuni brani disco siano diventati hits. I DJ sapranno sempre dirti quale è la vera disco e quale no. È qualcosa che loro sanno inconsapevolmente; alcuni campionano i più piccoli frammenti vocali perché è tutto ciò che occorre loro per avere l’atmosfera della disco music.

È per questo che costantemente ti esibisci dal vivo di fronte a migliaia di persone?

MC: Suonare dal vivo è il punto centrale dell’intero business. Quando ho iniziato, era tutto ciò che volevo fare. Sono stato fortunato ed ho avuto la possibilità di farlo per 40 anni! La cosa buffa è che io sono un batterista e dopo due ore sono a pezzi! Batteria e percussioni richiedono sforzo fisico.

Un paio di anni fa l’etichetta mi disse che avrei dovuto suonare e poi fare il DJ ma a me sembrava una pazzia, poi chiesi ad alcuni miei amici DJs  e mi spinsero a provarci.

Ora sono sul palco il doppio del tempo – non ho smesso di suonare dal vivo, ma mi esibisco anche come DJ. Certo, l’età si fa sentire, ma non è certo una ragione per fermarmi. Fare il DJ mi ha aperto le porte dei mega festivals  e l’estate scorsa ho suonato di fronte a 60.000 persone: era come tornare ventenne!

Da qualche parte ho letto che hai progenitori italiani. C’è qualcosa negli Italiani per cui sono così bravi nella musica disco? E invece i Francesi?

MC: Non so che dirti! Hanno qualcosa dentro che  li rende particolarmente bravi con i sintetizzatori? Non credo che faccia molta differenza la famiglia da cui provieni, o la religione, il Paese o altro; quello che importa è la passione per la musica.

Per quanto riguarda la Francia, credo che oggi French Touch abbia uno preciso significato.

Quando recentemente ero in tour negli USA molti giornalisti mi chiedevano: “Dove sono tutti gli altri musicisti francesi? Registri con musicisti inglesi o statunitensi, registri a Londra e la tua cantante è statunitense. Che c’è di francese in tutto ciò?”. Ed io rispondevo loro: “il French Touch”.

Dal 1995, i Daft Punk ed altri hanno contribuito a creare il French Touch – montagne di filtri, campioni disco e così via. Oggi ci sono Justice, Brakbot, The Shoes. Hanno qualcosa di unico, differente se paragonati agli artisti inglesi o statunitensi.

cerrone

cerrone

Per concludere, raccontami dell’esperienza come giudice di X Factor.

MC: È stato divertente. Non sono mai stato tanto esposto all’attenzione mediatica e questo è stato nuovo per me.

Quando vennero i produttori inglesi a parlarmi, rendevo che volessero che scrivessi per loro qualche brano; “No, no – dissero – dovrai fare il giudice”. ovviamente ho detto si!

Testo originale di Robert Bates